Il Progetto
Ci sono cantieri che si ricordano per la complessità tecnica, altri per il valore storico dell’edificio. Poi ci sono quelli che finiscono per entrarti dentro. Bagazzano, per me, è stato questo.
Quando iniziai ad occuparmi del restauro della Chiesa della Beata Vergine e della sua canonica sapevo che avrei affrontato un intervento delicato: un edificio ferito dal tempo e dal sisma, il confronto continuo con la Soprintendenza, le modifiche progettuali, le sospensioni dei lavori, le inevitabili difficoltà che accompagnano ogni restauro vero. Ma non immaginavo che quel luogo sarebbe diventato una riscoperta del Tempo.
Il merito era soprattutto di Don Emanuele. Lui era il parroco, muratore, custode, giardiniere, elettricista, organizzatore, storico dei luoghi e, quando serviva, anche cuoco. Ogni volta che arrivavo in cantiere era quasi impossibile andarmene via in fretta.
“Architetto, prima venga a bere un caffè.” Quel caffè diventava facilmente un piatto di pasta preparato al momento, oppure una frittata improvvisata con quello che c’era in canonica. E mentre mangiavamo, il tempo sembrava fermarsi.
Mi raccontava la storia della chiesa, delle persone che l’avevano vissuta, dei matrimoni, delle processioni, del supermercato e delle donazioni di brave persone, delle famiglie che avevano contribuito a mantenerla viva. Ogni muro acquistava un volto, ogni lesione una memoria, ogni scelta progettuale un significato che andava ben oltre il disegno tecnico.
Così il restauro cambiava prospettiva. Non si trattava soltanto di consolidare murature, recuperare intonaci storici o migliorare la risposta strutturale dell’edificio. Si trattava di restituire dignità a un luogo che apparteneva alla comunità, rispettandone la storia e le tracce lasciate dal tempo.
Anche le richieste della Soprintendenza, che spesso comportavano modifiche importanti al progetto iniziale, finirono per essere parte di questo percorso. Recuperare gli intonaci originali anziché sostituirli, utilizzare finiture a calce, scegliere sistemi di consolidamento meno invasivi, conservare ogni elemento possibile significava accettare che il restauro non consiste nel rifare, ma nel capire prima di intervenire.
Alla fine, quando il cantiere si concluse nel maggio del 2018, provai una soddisfazione particolare. Non soltanto perché l’opera era terminata, ma perché avevo la sensazione di lasciare un luogo che, in qualche modo, era diventato anche un po’ mio.
Di tanti cantieri ricordo i particolari costruttivi, le verifiche strutturali, le riunioni di cantiere. Di Bagazzano ricordo soprattutto Don Emanuele.
Ricordo la sua capacità di accogliere, la semplicità con cui trasformava una pausa di lavoro in un momento di amicizia, il suo entusiasmo nel vedere rinascere la chiesa e nel pranzo con il Vescovo in mensa per celebrare il nuovo inizio del Borgo.
È proprio questo il regalo più grande che mi ha lasciato quel restauro: avermi ricordato che dietro ogni edificio storico ci sono sempre delle persone, delle storie. C’è un tempo ritrovato.